giovedì 2 febbraio 2012

"Al solito posto", amore ad alta tensione a Catania

Quarto appuntamento con lo spazio delle nostre Proposte di lettura. Se avete letto un libro e vi è piaciuto inviateci la vostra recensione e se è adatta al nostro spazio la pubblicheremo! Redazione di Articolo 3
Al solito posto
di Fabio Comisi
Edizioni La Zisa
ISBN 978-88-9570-994-9


recensione di Elena Tartaglione
“Ho sempre pensato che nella vita le due cose più importanti fossero avere una persona accanto che ti vuole bene e un lavoro che dia il necessario per vivere in modo dignitoso. A me queste due cose sembrano mancare”.
Il protagonista del romanzo breve “Al solito posto”, opera prima di Fabio Comisi, vive in un eterno limbo affettivo ed esistenziale.
Giovanni – lo chiamerò arbitrariamente così, perché non ha un nome – è un uomo in attesa, incapace di prendere una decisione. Ha una quarantina d’anni, vive a casa di una vecchia zia, non ha mai lavorato, perché campa con la rendita derivante da alcuni affitti che riscuote per l’anziana parente con cui coabita. La sera va a caccia di avventure nei cinema porno, dove rimedia qualche storiella senza sugo, sognando il grande amore. Ma è proprio lì che conosce Marco. Un ragazzo di quartiere, puntualizza Giovanni. Piccola premessa: Giovanni vive a Catania, città che occupa interamente il primo capitolo del romanzo e che permea interamente l’atmosfera del racconto. L’autore evidenzia nelle prime pagine le contraddizioni barocche della società siciliana, e in particolare catanese, immobile ed orgogliosa, accecata dal sole abbagliante e da alcuni miti che sopravvivono da secoli, come quello del maschio siculo. Il “ragazzo di quartiere” ne è il tipico prodotto culturale, almeno secondo l’immaginario del protagonista: è un giovane schiettamente selvaggio, primitivo, impulsivo, sfrontato, potenzialmente violento, vitale, maschilista, perché “vero maschio”, non addomesticabile, menefreghista e naturalmente bellissimo. Pasolini avrebbe approvato. Giovanni invece appartiene all’altra anima della città, quella borghese. E’ unicamente il suo punto di vista a costituire la sostanza del romanzo, costruito in forma di monologo.
Giovanni conosce Marco, e se ne innamora. Dopo l’iniziale idillio sessuale, fatto di appuntamenti “al solito posto”, e di rapporti consumati in clandestinità, la relazione mostra i suoi limiti. Giovanni cerca il grande amore, e non accetta ciò che Marco è in grado di dargli, ovvero un rapporto basato unicamente sul sesso.
Marco chiama, e Giovanni accorre, Marco dispone, e Giovanni esegue, il gioco delle parti è inequivocabile. Da qui in poi quasi tutto accade quasi esclusivamente nella mente del protagonista, che dentro di sé aspira all’amore, ma si sente umiliato, minaccia separazioni, finge di accettare un allontanamento, si dispera, lamenta infedeltà e bugie. Giovanni ostenta indifferenza quando Marco non lo chiama, fa l’orgoglioso, ma cede immediatamente le armi ad ogni squillo del telefono. La guerra dei nervi è tutta interiore, perché Giovanni continua a dipendere da Marco, e ad accorrere fedele al suo richiamo. Marco chiede soldi, prima per le spese, poi per la cocaina, che diventa sempre più presente nel loro ménage. Il protagonista paga in silenzio, china il capo e rumina il proprio dolore, carico di risentimento e delusione per l’opportunismo dell’amante. Giovanni infatti disprezza e compra. Tutto questo dura la bellezza di 14 anni. Forse un amico sincero avrebbe potuto salvarlo da questa lenta asfissia morale, intimandogli di cambiare per primo una situazione insoddisfacente.
Intanto il protagonista si lascia vivere, aspettando rassegnato la morte della vecchia zia, ovvero la perdita della rendita e della casa, senza cercare una soluzione all’imminente disagio economico. Alla fine la sua fede nel futuro sarà ricompensata: sarà proprio la necessità economica tanto paventata a liberarlo da zavorre inutili e costringerlo a decidere per sé.
La storia di Giovanni è la storia di una lenta deriva autoalimentata, che si arresta bruscamente contro lo scoglio del bisogno economico, vero deux ex machina della narrazione. E’ la storia di una dipendenza affettiva cronica, di una fuga dalle proprie responsabilità, della ricerca di un fondo da toccare per poi eventualmente risalire. Dal punto di vista della trattazione della tematica omosessuale, potrebbe rappresentare il tramonto di una certa mentalità d’antan. In Italia, accanto alla cultura in declino della clandestinità, del battuage, della vita parallela, si sta affermando la cultura della piena affermazione di sé, dell’integrazione nei modelli sociali standard, simboleggiata dalle rivendicazioni Lgbt moderne: il matrimonio, la famiglia omogenitoriale (non solo la sempre citata adozione), e via dicendo. I due modelli convivono fianco a fianco. Le generazioni di mezzo spesso passano dalla prima fase alla seconda, i più giovani quasi sempre approdano direttamente alla prima.
Marco è il più giovane della coppia del romanzo, però è un “ragazzo di quartiere”. Probabilmente non si definirebbe neppure omosessuale, e non costruirebbe mai un progetto di vita che includa le relazioni con gli uomini. Le vive come un vizio, l’ennesimo piacere clandestino che si concede senza nessuna remora, al pari della cocaina. Effettivamente sognare di formare una vera coppia con lui appare irrealistico. Giovanni possiede più strumenti culturali, si accetta come omosessuale, e sogna l’amore puro e perfetto, fatto di eros e psiche, che però resta una fantasia priva di dettagli concreti. Non sappiamo se si sentirebbe pronto a vivere la normalità borghese di una coppia omosessuale moderna. La sua spiccata attrazione per i “ragazzi di quartiere”, apparentemente poco inclini alla visibilità, difficilmente gli consentirà di scoprirlo. Desiderare non basta, occorre scegliere coerentemente ai propri desideri, ed è quello che il lettore si augura che avvenga, pagina dopo pagina, mentre assiste al lento avvolgersi su se stesso del protagonista, paralizzato dai dubbi, finché le ultime pagine non aprono una finestra su di un possibile futuro. Sta a voi immaginarlo.

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