mercoledì 4 maggio 2011

Gay e donne in azienda con una marcia in più: un convegno per parlarne e in VDA si testa il diversity manager

Riprendiamoquesto articolo da L'Espresso: a quanto pare la Valle d'Aosta sarà una delle regioni prescelte per far partire questa sperimentazione con il diversity manager. Vi terremo informati!

Redazione Articolo 3 Arcigay Valle d'Aosta


Da L'Espresso del 2 maggio:

Donne e gay, in azienda è meglio

Nell'era della creatività e della comunicazione, il classico manager eterosessuale e padre di famiglia non è più il modello. Anzi: chi per anni è stato emarginato dal potere, ora funziona di più. E le corporation si adattano

Post industriale? Meglio ancora, post maschile. La diversità fa bene all'impresa moderna. Il motore del successo non è solo il maschio eterosessuale che parla di donne e motori e mostra sullo schermo del computer la foto della famigliola perfetta. "Se nelle fabbriche industriali prevalevano mansioni faticose e ripetitive, che richiedevano la forza fisica dei maschi, negli uffici post-industriali dominano attività di tipo intellettuale, nelle quali la personalità e la preparazione delle donne e degli omosessuali risultano spesso superiori a quelle dei maschi".

A parlare così è il sociologo Domenico De Masi, ideatore, con Alessandro Cecchi Paone, del convegno "Lysis. Diversity management: è giusto e conviene", un seminario sulla diversità senza discriminazione, a Capri dal 6 all'8 maggio. I maschi, messi da parte? "Esiste l'eventualità che siano le donne e gli omosessuali a espellere i maschi dalla direzione aziendale, relegandoli in mansioni gregarie", continua De Masi: "E che, una volta conquistato il potere, lo gestiscano con la durezza che deriva loro dai torti subìti in migliaia di anni". Il fantasma dei detrattori delle quote rosa si materializza. A gestire il conflitto e a far tornare i conti trasformando gli intolleranti in accoglienti, in azienda sbarca il "diversity manager".

Utilizzando il parametro del 5 per cento stimato dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), in Europa 25 milioni di persone sono Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Ma il dato è sottostimato. Ikea apre il nuovo punto vendita a Catania con un manifesto che ritrae due uomini di spalle che si tengono per mano. "Siamo aperti a tutte le famiglie", recita lo slogan, ma il sottosegretario alla famiglia Giovanardi insoge definendo la campagna offensiva, di cattivo gusto e in contrasto con la Costituzione. Il colosso svedese si difende sostenendo che per l'Ikea la famiglia è senza distinzione di sesso, di razza e religione. Tra dipendenti, clienti, fornitori e azionisti, esiste un esercito di invisibili, costretti a compromessi e omologazione. Quanti Giorgio di fronte all'invito a una serata tra colleghi hanno la forza di presentarsi accompagnati dal loro partner Pietro, o il coraggio di esibire la sua foto sulla scrivania? Quanti convivono con la paura di essere giudicati da colleghi ostili?

L'autocensura spinge all'isolamento, genera depressione, ansia e mancanza di autostima. Uccide la creatività e l'espressione del talento. E riduce la performance aziendale. Tra le prime in Italia a dotarsi di diversity manager è Telecom. "Abbiamo costituito un comitato diversity e un centro di ascolto telefonico sperimentale in quattro regioni, Lazio, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Valle D'Aosta", racconta Fabio Galluccio, il diversity manager Telecom: "In forma strettamente privata, psicologi aiutano a superare i momenti difficili o discriminatori. Dove c'era la possibilità, abbiamo creato parcheggi rosa per le donne in gravidanza e postazioni con webcam e telefoni per dialogare con la lingua dei segni". A sentire Galluccio i lavoratori sono entusiasti della novità: "Abbiamo aperto un blog sulla diversity nell'intranet aziendale. Il dibattito è acceso su tutti i temi, anche quello dei Rom. "L'attenzione alla diversity mi rende orgoglioso della mia azienda" è uno degli ultimi blog".

Se il lavoratore Telecom scopre l'orgoglio della diversity, i manager di Citi Bank da tempo ne conoscono i vantaggi. "La diversity è una questione etica ma anche di business", sottolinea Paolo Arnaldi, responsabile delle risorse umane di Citi in Europa: "Siamo presenti in 140 paesi e il 98 per cento dei dipendenti sono assunti localmente. Se le nostre sedi non avessero da tempo una politica di diversity, non potrebbero funzionare. Non è una questione di "nice to have", qualcosa di superfluo che non danneggia. Per un'azienda presente sul mercato globale la diversity è una vera e propria necessità". Alla Johnson&Johnson Italia, più della metà dei lavoratori sono donne e lo statuto già dal 43 prevedeva la parità di diritti delle donne in azienda, e successivamente ha allargato il principio a tutte le discriminazioni.

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