sabato 22 gennaio 2011

Giorno della Memoria: la storia dimenticata del triangolo rosa



Il 27 gennaio, anniversario della liberazione dei deportati ad Auschwitz ad opera delle truppe sovietiche, è stato riconosciuto come il Giorno della Memoria, con il quale si onorano le vittime dello sterminio nazista: ebrei, certamente, ma anche Rom, Sinti, Slavi, omosessuali, testimoni di Geova, disabili, detenuti politici, o semplicemente persone considerate sgradite. Il pregiudizio è sempre odioso, indipendentemente da chi viene scelto come bersaglio. Sono stati centomila gli omosessuali perseguitati dal regime hitleriano. Numericamente, dopo ebrei e zingari, sono stati il terzo gruppo ad essere sterminato nei campi. Il loro segno distintivo era un triangolo rosa.
Eppure si tratta di una storia poco nota e poco raccontata. I sopravvissuti stessi, al termine della guerra, si sono chiusi nel silenzio: chi per timore di finire in carcere (in Germania l’omosessualità rimase a lungo illegale, anche dopo la caduta del nazismo), chi per non subire ulteriori discriminazioni a causa del tabù che circondava l’omosessualità, chi per la vergogna di quella che era considerata un’accusa infamante. Qualcuno invece ha parlato, ma non è stato ascoltato, o peggio, è stato umiliato, dileggiato e messo a tacere.
Ricordare questi fatti rende giustizia a tutti loro.
Ma non è questo l’unico motivo per onorare la loro memoria.
C’è stato chi ha detto:
“Dobbiamo sterminare tutta questa gente, cioè ogni omosessuale, estinguendoli completamente. Non possiamo permettere al Paese un pericolo del genere. Gli omosessuali devono essere completamente eliminati”. Lo ha affermato Heinrich Himmler, capo delle SS, che negli anni ’30 progettò lo sterminio degli omosessuali, “degenerati corruttori del popolo ariano”. Ma queste precise parole potrebbero essere state pronunciate oggi da un leader iraniano, o ugandese, saudita, o di un altro Paese dove l’omosessualità è punita con la morte (magari di un Paese che intrattiene pacifici rapporti commerciali con l’Italia e i suoi alleati). In 80 Paesi del mondo gay e lesbiche vengono incarcerati e torturati. Altrove, come in Russia o in vari Paesi dell’ex blocco sovietico, sono proibite manifestazioni per i diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), in barba al diritto di riunione e di espressione, e le associazioni Lgbt vengono apertamente osteggiate.
Infine, in altre nazioni, tra cui l’Italia, la popolazione omo-transessuale (il 10% del totale) non gode dei diritti derivanti da una piena cittadinanza, nonostante i ripetuti richiami, in tal senso, dell’Unione Europea.

Qualcuno dovrebbe rendere giustizia anche a queste persone. Ci ha provato, nel 2008, l’Onu, proponendo una depenalizzazione universale dell’omosessualità. L’idea è stata affossata da vari Paesi, tra cui il Vaticano.
Il modo migliore per rendere omaggio alle vittime di ieri è quello di lottare affinché nessuno più diventi oggetto di violenza o discriminazione.
La lotta per la parità dei diritti indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere (e dall’etnia, religione, età, sesso, presenza di disabilità, opinione politica) è una battaglia di civiltà che appartiene a tutti e che deve essere portata avanti da ciascuno di noi.

Nessun commento:

Posta un commento