martedì 10 luglio 2007

PROSTITUZIONE E TRANSGENDERISMO

Con il termine "transgender" possono identificarsi:
  • la persona transessuale operata;
  • la persona transessuale non operata (ovvero che lascia integri i genitali di origine);
  • la persona crossdresser, termine che tende a sostituirsi sempre più alla dicitura "travestito" perché associato alla perversione sessuale. In questo senso il crossdresser è persona che si traveste, per lo più in privato ma anche pubblicamente, senza implicazioni di eccitazione sessuale. Quasi sempre è maschio ed eterosessuale;

  • la persona che rifiuta con forza le tradizionali identità di genere e le categorie dell'orientamento sessuale che la società, la cultura locale impone come stereotipi. In questo senso e in questa accezione del termine, che però è la meno conosciuta in Italia, alcuni ritengono che tutto il movimento LGBT possa identificarsi sotto il termine-ombrello "Queer".
Il transgenderismo sostiene che l'identità di genere di una persona non è una realtà duale maschio/femmina", ma un continuum di identità ai cui estremi vi sono i concetti ideali di "maschio" e "femmina". In questo senso il transgenderismo è da considerarsi come un movimento politico/culturale che propone una visione dei sessi e dei generi fluida e che rivendica il diritto di ogni persona a situarsi in qualsiasi posizione intermedia fra gli estremi "maschio/femmina" stereotipati senza per questo dover subire stigma sociale o discriminazione. Ecco questo vuol dire essere transgender, far parte dell’arcobaleno dell’identità di genere, fra il maschile e il femminile. Ma il transgenderismo non è un “fenomeno” sociale nuovo, è antico quanto l’omosessualità, le popolazioni degli indiani d’america veneravano, le persone T*, le consideravano guaritrici, sacerdotesse, oppure nel caso degli FtM (female to male) grandi cacciatori. Non siamo “esseri” nuovi, le sfumature dell’identità ci sono sempre state, più o meno visibili.
Ma oggi nel 2007 in un Paese “evoluto” quale l’Italia, in un paese che pensa di avere problemi maggiori che la tutela di tutti i suoi cittadini, senza discriminazioni, in un paese che finge di non vederci, moltissime persone transgender vivono sulla loro pelle lo stigma sociale di aver sfidato il sistema binario del “maschile/femminile”. Persone come Manuela, 38 anni, trovata nel suo appartamento con la testa fracassata, nuda, con un cuscino a coprirle la testa, sul gas una macchinetta del caffè già pronta per essere servita, evidentemente al suo assassino, e che Manuela non ha avuto il tempo di assaporare. In questo 2007 è la terza vittima (30 nel 2006) di una assurda quanto cieca violenza che colpisce le persone “transessuali”. Tutti i quotidiani locali, ed anche alcuni nazionali, hanno riportato la notizia con dovizia di particolari e con toni assolutamente morbosi, a tratti offensivi, e con una terminologia che sta ad indicare quanta ignoranza e quanta discriminazione ancora esistono verso persone che, loro malgrado, si trovano a vivere una situazione di disagio sociale, di solitudine e di emarginazione. Manuela in realtà non era una “transessuale”, ma una donna a tutti gli effetti, avendo già affrontato tutto il processo di transizione fino ad arrivare all’intervento chirurgico per la cosiddetta “riassegnazione sessuale” e al conseguente cambio di genere sui documenti. Utilizzare termini quali “il trans” o addirittura articoli, aggettivi e verbi al maschile è, oltre che inopportuno e scorretto, anche offensivo per chi, dopo un lungo processo, caratterizzato da sofferenze psicologiche e fisiche, approda finalmente alla sua vera identità di genere. Manuela “trans”, “donna”, “prostituta”… che importa? Manuela era una persona, ma a differenza delle persone “normali”, meritevoli di rispetto e di pietà, di fronte all’orrore subito, lei non merita né l’uno né l’altro…

Manuela simbolo, ultima vittima di una società che ci relega nel fondo, creature della notte buone solo ad esaudire i desideri di uomini facoltosi. Uomini che molte volte ci uccidono, uomini che in noi vedono solo oggetti sessuali. Ma non siamo corpi in vendita, non siamo carne da esporre al mercato, siamo persone con una dignità e pretendiamo il rispetto e il trattamento riservato ai cittadini considerati di serie A. Cittadini che non ci permettono di lavorare, che negano alle persone transgender di avere una vita “normale”. Quant* di noi si sono visti “sbattere” la porta in faccia solo per il semplice fatto di essere transgender? Quant* di noi non hanno visto riconosciuto il loro diritto al lavoro per dei documenti che non rispecchiano la nostra identità? Quante, e qui uso il femminile, costrette da una società ipocrita hanno visto come unica soluzione la strada? Ragazze, che con sforzi immani stanno costruendo il loro corpo, un tempio che ogni notte devono “vendere” per poter vivere… Ecco a cosa siamo costrette… A vite sotto l’occhio vigile di carcerieri, che giudicano, che discriminano, ancora prima di conoscere… Conoscere la storia di chi vive prigioniera, di un corpo visto come estraneo; di chi sente di appartenere ad un sesso differente da quello biologico. Un sesso mentale, che ci fa sfidare il giudizio comune, che ci fa diventare oggetti da deridere e da discriminare a priori…Oggetti e non persone…Per questo, chiedo una mano, per tutte le persone transgender che ancora oggi devono subire il ricatto di chi ci vorrebbe sempre incatenati, schiav* di una vita che non ci appartiene. Per tutt* le persone T* che vengono uccise, costrette alla prostituzione, cacciate dalle famiglie, per loro vi chiedo di fare qualcosa. Tendiamo una mano a chi, troppe volte si è trovat* sol*. Come possiamo fare? Creando le basi per una società diversa, ma anche cercando sul territorio enti, associazioni, ecc. disposte a finanziare corsi di “recupero” per ex prostitute, case famiglia, ecc…Con azioni concrete e volontà possiamo cambiare il mondo.

Rebecca Trespi - Emilie Rollandin

Nessun commento:

Posta un commento