martedì 10 ottobre 2006

Amen!

da "Il Manifesto":

Da lunedì niente tg e quattro redattori precari della tv cattolica a casa senza preavviso
Telepace taglia la redazione
La decisione ufficialmente per ragioni economiche, ma alle spalle c'è la richiesta di assunzione dei giornalisti. Protesta la Fnsi

di Giovanna Ferrara

Roma - Telepace, l'emittente nata «per un intervento speciale della Divina provvidenza», che ha come slogan «dare voce a chi non ha voce», ha improvvisamente statuito la chiusura di tutti i propri spazi informativi. Ufficialmente la «sofferta» decisione è figlia della sempre minore generosità dei fedeli, sui cui oboli si sostiene la televisione, che ha come desiderio quello «di diffondere e portare il messaggio del Papa e della chiesa in ogni casa». Obiettivo per il quale il direttore responsabile, Don Guido Todeschini, da ieri non ritiene più indispensabile il lavoro dei quattro redattori che, da un giorno all'altro, hanno visto il proprio telegiornale soppresso, sostituito con momenti di preghiera in diretta, con corsi di teologia e con commenti dello stesso direttore all'interno di collegamento con i principali santuari europei.
Ma dietro la scelta editoriale non pare si agitino ragioni economiche. I giornalisti, che «improrogabilmente» da lunedì 9 ottobre si troveranno senza lavoro, sono tutti in causa con Telepace. Chi per vedersi riconosciuto il lavoro a tempo pieno a fronte della indicazione di tempo parziale scritta nel proprio contratto. Chi per ottenere la giusta qualifica, chi per farsi pagare gli arretrati. Chi, ancora, per uscire da quell'ombra professionale che si chiama lavoro nero. A queste controversie deve essere aggiunta quella promossa dall'Inpgi, l'istituto di previdenza dei giornalisti, che ha riscontrato irregolarità nei versamenti contributivi effettuati da Telepace. «Loro - spiega Angela Ambrogetti, fiduciario di redazione - con i giudici tentano sempre di far valere la circostanza che vuole configurare Telepace come una realtà povera, che si basa sul volontariato e sulle offerte. Ma, informalmente, noi sappiamo che problemi reali non ce ne sono, anche perché continuano ad essere pagati i tecnici di Verona, di Fatima, di Gerusalemme. Dico informalmente perché al sindacato un bilancio «vero» non è mai stato presentato. Solo un foglio con delle cifre indicate senza nessuna specificazione. Da due anni noi abbiamo aperto delle vertenze, per veder riconosciuti i nostri elementari diritti di lavoratori. Da allora l'azienda si è adoperata per creare il vuoto attorno alle nostre iniziative. Ora hanno deciso di risolvere definitivamente il problema, eliminando le nostre sedie. Adducendo come scusa il fatto che facciamo una informazione superata. E sostituibile da altre iniziative. Ma a me non sembra che nel panorama editoriale esistano spazi informatici che si occupi di seguire l'agenda del Papa».
Il disagio dei giornalisti di Telepace confluisce in questi giorni nello sciopero generale indetto dalla categoria per il rinnovo del contratto nazionale. Ma la protesta si carica delle rivendicazioni specifiche relativamente al riconoscimento del proprio lavoro. «L'associazione stampa romana - recita una nota del sindacato - denuncia come la decisione di don Todeschini rappresenti a nostro avviso un gravissimo atto ritorsivo contro una intera redazione che aveva trovato la forza di ribellarsi alle vessazioni, alle ingiustizie e allo sfruttamento: giornalisti sottopagati, ai quali non venivano riconosciuti i più elementari diritti contrattuali e di legge». A Telepace l'associazione stampa romana ora chiederà di analizzare compiutamente i reali bilanci dell'emittente, insieme alla complessa situazione societaria e alle sue diverse dislocazioni. Il presidente della Fnsi, Paolo Serventi Longhi, ha per lo scopo convocato i vertici della televisione già per la prossima settimana.
Nell'attesa di conoscere l'esito delle vertenze giudiziarie e di quelle sindacali, i quattro redattori romani di Telepace da ieri attendono le lettere di licenziamento. La direzione si è occupata, fino ad ora, di comunicare solo la soppressione dei telegiornali, riservandosi «di porre in essere gli interventi nei confronti dei singoli interessati, tesi all'attuazione di quanto precisato in merito alla cessazione dell'attività redazionale». La lettera si premura anche di specificare che le ragioni della decisione vanno cercate all'interno delle «previsioni di bilancio, tali da non consentire una gestione agli attuali costi e relativi oneri, a causa del livello di indebitamento, ulteriormente aggravato dagli oneri correlati a uno stato di vertenzialità legale senza precedenti e per l'azienda del tutto non giustificato e temerario». Parole riprese con forza dal fiduciario di redazione Ambrogetti come una delle prove più evidenti di quel collegamento tra le cause avanzate per il riconoscimento dei propri diritti e la decisione di sopprimere il palinsesto informativo, che per sedici anni ha caratterizzato la programmazione di Telepace. Un nesso causale questo non inedito nelle storie di relazioni tra padroni e dipendenti, e che pare trovare casa anche nell'«emittente del Papa, chiamata a una missione etica e morale», nella quale non sembra incluso il rispetto dei diritti basilari dei lavoratori.

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