venerdì 11 agosto 2006

Sei omo? Allora il lavoro non c'è più

da Panorama.it, di Laura Maragnani

Il mobbing sul lavoro per gli omosessuali è quasi una costante. Che i due baristi romani hanno deciso di combattere giocando allo scoperto. Sperando che il loro caso faccia scuola

Il luogo del misfatto è tutto un programma. A due passi da Palazzo Chigi, esattamente sotto gli uffici del ministero delle Pari opportunità, in quella Galleria Colonna che fa da vetrina della capitale. E dunque il clamore era inevitabile. Perché proprio lì, tra l'affollato megastore Zara e una sempre piena libreria Feltrinelli, proprio nel bar della Galleria, col suo immaginifico bancone a forma di barca, lunedì 24 luglio è scattato il licenziamento di Marco Carbonaro, 43 anni, direttore del locale, e di Aldo Pinciroli, barista, 33 anni. Gay tutt'e due. E per di più fidanzati, «fedelissimi», da dieci anni.

Un licenziamento mica da poco. Ha già provocato: un'interrogazione parlamentare firmata, in primis, da Franco Grillini, Arcigay, Titti De Simone, Arcilesbica, e Vladimir Luxuria, deputata transgender; una richiesta di intervento al sindaco Walter Veltroni; una vertenza legale; un tentativo di conciliazione (lei spera «concordata e serena») avviato da Mariella Gramaglia, assessore comunale alle Pari opportunità. E le proteste delle più svariate associazioni.

«Perché i due sono chiaramente vittime di una discriminazione basata sull'orientamento sessuale» sostiene Fabrizio Marrazzo, presidente romano dell'Arcigay. Traduzione? «Ovvia: li hanno licenziati perché omosessuali». L'azienda, altrettanto ovviamente, nega.

Ma: «Ci hanno messo sulla strada dall'oggi al domani. Lo stesso giorno. Con motivazioni ugualmente pretestuose. È chiaro che non vogliono due omosessuali alle loro dipendenze» dice Marco. E Aldo: «La nostra è una battaglia di civiltà. Siamo disposti ad andare fino in fondo, mettendoci il nome, il cognome, la faccia».

Agli avvocati della Gay help line, finanziata dal Comune e dalla Provincia di Roma, 10 mila telefonate in quattro mesi, di cui almeno 1.400 per problemi sul lavoro (telefono 800713713), non è parso vero. «Abbiamo ricevuto da tutt'Italia segnalazioni di mobbing pesantissimo, licenziamenti ingiusti, discriminazioni di ogni tipo.

Ma solitamente la vittima ha paura di far sapere che è gay, trans o lesbica» racconta Marina Zela, legale che segue il fattaccio della Galleria Colonna. Contentissima: né Carbonaro, ex attore riconvertito a manager della ristorazione, né Pinciroli, barista con molte stagioni all'attivo tra Londra e la Costa Smeralda, hanno problemi di autoaccettazione o di visibilità. E dunque il loro caso, in un attimo, è diventato «il caso». Una vertenza tutta giocata in pubblico, e che si spera faccia scuola.

«Le cause per discriminazione sessuale, finora, si contano sulle dita di una mano» dice Gigliola Toniollo, responsabile nuovi diritti della Cgil. «La legislazione è molto carente, dimostrare la discriminazione è difficilissimo. Il licenziamento ha sempre altri pretesti. Le vittime hanno paura a esporsi. Nella maggior parte dei casi il massimo che si ottiene è una composizione bonaria». Che non fa giurisprudenza, però. E non crea precedenti.O almeno non troppi.

A Milano Massimo Mariotti, dipendente della Banca popolare di Sondrio, sospeso dal lavoro per aver partecipato a una manifestazione gay, negli anni Novanta è stato il primo a fare causa, e a vincerla. A Roma, nel 2002, è stato il turno di Paul Ciaccio, dipendente Alitalia in servizio negli uffici di Barcellona: mobbizzato, licenziato, riassunto.

Sempre a Roma, due anni fa, è stato licenziato in tronco Dario Mattiello, capo della segreteria del vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, colpevole di essere apparso, in una foto su Panorama, tra i frequentatori del Gay village.

«Lavoravo per Fisichella da sei anni, tra mille elogi. Una settimana dopo la pubblicazione di quella foto ero disoccupato» racconta Mattiello, 39 anni, oggi funzionario al ministero delle Pari opportunità. Fu assunto, dopo lo scandalo, da Stefania Prestigiacomo, e Barbara Pollastrini lo ha riconfermato due mesi fa.

Spiega: «Sono disposto ad arrivare fino all'Aia, ma la causa per ora è in alto mare. A febbraio il giudice ordinario s'è dichiarato incompetente a decidere sul mio caso; dopo sei mesi le motivazioni non sono state ancora pubblicate. Non posso nemmeno ricorrere in appello».

Ma se i gay non ridono sul posto di lavoro, c'è chi sta ancora peggio: transessuali e transgender. «Per noi il problema non è tanto il licenziamento, quanto l'assunzione: puoi superare anche mille colloqui, ma quando hai un aspetto da donna e presenti un documento da uomo si limitano a dirti: richiameremo» spiega Mirella Izzo, fondatrice di Crisalide-Azione Trans.

Nessuno richiama mai. «Nemmeno le cooperative di pulizie che assumono ex prostitute, ex tossici, ex detenuti» assicura Mara Siclari, unica dirigente trans della Cgil (figlia dell'ex procuratore nazionale antimafia Bruno Siclari scomparso nel 2000). Mara era tenente dell'esercito e comandava 450 uomini, ma in aprile le hanno rifiutato i gradi di capitano, che pure le spettavano.

«Esercito e forze dell'ordine sono pieni di storie come la mia. Conosco un sottufficiale dell'Aeronautica che, licenziato, è ora costretto ad arrangiarsi come cameriera in una birreria di Treviso. Per non parlare di chi, per sopravvivere, è finito a prostituirsi. O peggio».

Come Simona Scarcella, 27 anni, che viveva a Vicenza e dormiva in un'automobile. Senza casa, senza lavoro. Era così disperata da aver deciso di vendere un rene. Ricorda Mara: «Riuscimmo, due anni fa, a far parlare Le Iene del suo caso. Oggi lavora in un call center, si è operata, sta bene». Ma è un caso unico. Finora.

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