venerdì 7 luglio 2006

La rete delle città amiche

In un incontro durante il Pride a Torino, gli Enti Locali impegnati a promuovere la cittadinanza e i diritti civili per gay, lesbiche e transgender, hanno fatto nascere una Rete Nazionale in modo da coordinare gli interventi e scambiare buone pratiche di inclusione sociale.
La Rete di "Friendly Cities" nasce dopo gli incontri di Bologna alla Fiera della comunicazione del novembre scorso e di Roma alla Fiera della Pubblica Amministrazione a maggio.
Le città promotrici sono Torino, Roma e Venezia con i loro Assessorati alle differenze. Tra le città coinvolte anche Bologna, Ferrara, Padova, Messina, Rimini, Bari, la Provincia di Siracusa e la Regione Toscana. Queste realtà si sono confrontate a Torino con le esperienze di Vienna, Barcellona, Berlino, Gent.
Negli incontri preparatori sono emerse anche le esperienze di altri Enti Locali, come la Regione Puglia, con la sua innovativa legge sulle politiche sociali, o la Provincia Autonoma di Trento, che ha recentemente presentato una ricerca condotta da Chiara Bertone e Valeria Cappellato sulle politiche locali di inclusione e antidiscriminazione.
La "Rete delle città amiche" ha un obiettivo prioritario: "Occorre fare una lobby democratica - ha dichiarato l'assessore capitolino Mariella Gramaglia - affinché gli amministratori locali chiedano al governo centrale e ai ministri competenti, Pollastrini e Bindi, come intendano attuare la parte di programma relativo alle unioni civili".
Il tono è deciso, di chi si mette in rete non per fare un "club" di scambio culturale.
Il convegno di Torino ha incassato l'impegno del ministro Pollastrini a lavorare per una legislazione "saggia e umana" a favore delle coppie di fatto. Le amministrazioni locali incalzeranno perché le nuove norme attese diventino realtà. Sono partite dal bilancio di quanto é stato realizzato o si trova in corso d'opera.
Cosa ha fatto Roma?
Una campagna di sensibilizzazione e una gay help line nazionale. Con qualche ostacolo. "Gli intoppi sono venuti dal ceto politico - ha aggiunto Gramaglia - in Italia la componente cattolica pesa molto. Le battaglie di contrasto alle discriminazioni non sono sempre condivise da colleghi e dirigenti".
Considerazioni anticipate da Chiara Saraceno: "Ci dicono sempre di non urtare la sensibilità dei cattolici. Ma chi è più vulnerabile? Preoccuparsi della sensibilità della maggioranza che ha il potere di definire la realtà e le norme significa capovolgere il punto di vista. E' nostro dovere andare oltre la tolleranza".
Anche Venezia ha lavorato sodo.
Sotto l'ala dell'assessore Franca Bimbi, ha al suo attivo un anno di focus froup sulla vita di gay e lesbiche, laboratori sull'omofobia nelle scuole, una campagna di sensibilizzazione con manifesti cittadini in uscita a settembre e promozione delle "culture queer".
Torino ha promosso dal '99 un servizio dedicato specificamente alla lotta per i diritti di lesbiche, gay e trans.
Siracusa ha inserito nel regolamento provinciale la lotta alle discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale. "E' importante che nelle istituzioni locali le persone omosex e trans portino la propria cultura. Non siamo gay solo al Pride, ma anche quando siamo sui posti di lavoro" ha dichiarato Agata Ruscica, portavoce del presidente della Provincia di Siracusa.
Non è tutto: in Toscana è stata varata la prima legge antidiscriminazioni. In Puglia e in Piemonte sono state avanzate le prime proposte sulle politiche sociali.
E in Europa?
A Berlino, oltre ai servizi di accoglienza e consulenza giuridica contro le discriminazioni, il grosso del lavoro si svolge nelle scuole: i programmi didattici per allievi dai 12 ai 16 anni includono nelle materie "educazione sessuale" e "storia" le informazioni corrette sull'orientamento e l'identità di genere.
A Vienna è nato un centro comunale ad hoc per formare il personale delle strutture pubbliche - con particolare attenzione per le forze dell'ordine - gli operatori scolastici e gli addetti sociosanitari. I dipendenti del municipio partecipano tutti gli anni al pride con un loro camion, sostenendo anche le nuove famiglie.
E in Spagna cosa succede?
Di Barcellona ha parlato Josep Collado, presidente dell'organizzazione omosex "Casal Lambda", un teologo già diacono, sospeso a divinis e sposato lo scorso anno con il suo compagno.
Collado non ha potuto evitare il riferimento alle nuove leggi pro-gay varate con Zapatero: "Mentre in Parlamento votavano la legge quelli del Ppe urlavano il loro disaccordo. Ma fuori c'era la folla impazzita di gioia". Le leggi non sono tutto. L'ex diacono gay ha testimoniato il perdurare dell'omofobia, nonostante le norme libertarie, frutto di una lunga scia di vessazioni che proviene dall'epoca di Franco, in particolare, quando c'era il carcere per i gay divisi in "attivi" e "passivi", mentre di lesbiche carcerate ne compariva solo una essendo "invisibili".

Impegni concreti anche a Gent, in Belgio, dove sono attivi gruppi di lavoro contro le "discriminazioni multiple" a tutela di immigrati, profughi, gay e trans.
Il piano è questo: il confronto con l'Europa serve da sprone alla Rete delle pubbliche amministrazioni che a sua volta, moltiplicando le iniziative, pungolerà il governo.

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