lunedì 10 luglio 2006

Chiesa e Stato: Le ragioni di Zapatero

ll viaggio di Benedetto XV si è trasformato nel punto culminante di un contrasto al quale sia il Vaticano che l'episcopato spagnolo hanno voluto dare risalto

di Michele Ciliberto

E' curiosa, per molti aspetti, la polemica che si è aperta sulla visita del Pontefice in Spagna per celebrare il V Incontro mondiale delle famiglie e sulla scelta del Presidente spagnolo del Consiglio Zapatero di non assistere alla messa che sarà celebrata da Benedetto XV. Che la polemica fosse destinata a scoppiare, su questo non c'erano dubbi: sono note le posizioni del governo spagnolo sulla legalizzazione dei matrimoni omosessuali, sulla procreazione assistita, sulle agevolazioni per l'eutanasia, l'aborto e la ricerca sulle staminali, sulla riduzione dell'insegnamento della religione a materia facoltativa, sulla accelerazione delle pratiche di divorzio.

E altrettanto note sono le dure reazioni del Vaticano alla politica spagnola: la visita del Papa, fissata da Giovanni Paolo II già nel 2003, è venuta ad inserirsi in questo contesto, ed ha assunto perciò - e volutamente - un forte valore simbolico. Il viaggio di Benedetto XV si è trasformato nel punto culminante di un contrasto al quale sia il Vaticano che l'episcopato spagnolo hanno voluto dare risalto, per rendere massimamente visibile - ad ogni livello - l'opera di reconquista nella quale si stanno così animosamente impegnando.

In breve: questa polemica è voluta, programmata.

Non è un caso, naturalmente, che il conflitto abbia assunto toni così aspri proprio in Spagna, nella quale si sono lungamente e duramente scontrate, in una lotta frontale,forme di cattolicesimo declinate su posizioni di duro e netto clericalismo e forme di pensiero e di cultura laiche e addirittura massoniche, che hanno assunto spesso connotati di carattere nettamente anticlericale:e questo non solo a livello di élites e di classi dirigenti, ma sul piano di sensi comuni diffusi, "popolari". E' proprio questa specifica configurazione di "massa" tipica di quel paese che ha dato, e continua a dare, al conflitto in atto tra Stato e Chiesa in Spagna uno spessore così ampio e una partecipazione così larga. Ma tutto questo non deve impedire di cogliere il senso generale di questo contrasto e ciò che esso significa sia dal punto di vista della Chiesa che da quello dello Stato, sottraendosi a vecchie polemiche che ormai non hanno più niente da dire, e che non serve alimentare né in Spagna né in Italia.

Zapatero ha perfettamente ragione, a mio giudizio, a decidere di non partecipare, nella sua qualità di Presidente del Consiglio spagnolo,alla messa celebrata da Ratzinger. Può stupire una scelta di questo tipo,anche in un paese come il nostro nel quale - come ha scritto con efficacia Francesco Cossiga - un cerimoniale antiquato costringe "onesti politici e titolari di cariche istituzionali, notoriamente agnostici, o atei o anche anticlericali a partecipare con compunzione a cerimonie religiose e perfino alla Santa Messa che forse neanche comprendono ed al cui valore e significato non credono!" Può stupire, dicevo, il gesto di Zapatero; ma così facendo, il Presidente del Consiglio spagnolo ha rispettato il suo ruolo politico e civile e ha rispettato il suo Stato. A chi la pensa in modo diverso verrebbe la voglia di consigliare la lettura dei tre grandi discorsi che Camillo Benso di Cavour fece nel Parlamento piemontese spiegando quali devono essere i pilastri della politica di uno Stato liberale nei confronti della Chiesa. Ma sarebbe inutile; anzi, forse, servirebbe solamente a riaprire antiche ferite che si sono solamente a fatica rimarginate. Il problema di fondo a me sembra un altro,ed è su questo che vorrei cercare di richiamare l'attenzione.

A differenza delle esperienze - e delle grandi opzioni stabilite dal Concilio Vaticano II - con Giovanni XXIII, anzitutto, e con Paolo VI - oggi la Chiesa si batte con energia, e con insistenza, per svolgere una funzione che, travalicando l'orizzonte strettamente personale di fede, vuole estendersi al campo sociale, politico, antropologico, proclamando la verità - e il primato dei "valori" cristiani - in tutte le sfere del vivere dell'uomo, siano esse pubbliche o private.

Quali siano le ragioni di questo profondo mutamento di asse religioso,culturale e politico - eccezionalmente interpretato dalla figura e dall'opera di Giovanni Paolo II - è difficile dire: certo nel determinare un nuovo ruolo della Chiesa sul piano universale ,hanno giocato una funzione decisiva anche la "crisi" dell'89, la "fine del comunismo", il declino delle tradizionali culture di matrice laica, il tumultuoso diffondersi delle ideologie di tipo consumistico (contro cui Papa Woytjla impegnò una battaglia frontale nella Centesimus annus), la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, la fine del bipolarismo, l'imporsi, sul piano mondiale, dell'"impero americano", l'assunzione della guerra come forma ordinaria della politica internazionale... Qualunque ne sia il motivo, il ruolo della Chiesa negli ultimi decenni è profondamente cambiato, e con esso bisogna anche fare positivamente i conti, apprezzando, ad esempio, il grande contributo che essa ha dato con toni addirittura profetici - sotto la guida di Giovanni Paolo II - allo sviluppo di una politica di pace, riprendendo alcune delle linee più profonde e più importanti del cristianesimo moderno - da Cusano ad Erasmo da Rotterdam.

Ma queste responsabilità che la Chiesa ha deciso di assumere, in forme e toni nuovi, implicano,oltre che dei diritti, dei doveri; non possono essere svolte secondo privilegi, e confini, tradizionali che,oggi,non esistono più per nessuno - né per la Chiesa, né per lo Stato-. Le Chiese - tutte le Chiese,compresa naturalmente quella romana - hanno il diritto di scendere sul piano della "società civile", direttamente, senza mediazioni partitiche, il diritto di proporre la loro visione dell'uomo, del mondo e della natura e di battersi per essa a viso aperto, servendosi di tutti gli strumenti leciti in una società democratica. Ma non possono pretendere, in alcun modo, né di accampare vecchie prerogative, chiedendo il rispetto di antichi benefici; né di imporre, in chiave autoritaria, il proprio punto di vista ai singoli individui o , addirittura, allo Stato, le cui leggi le Chiese sono tenute ad osservare.

Se le Chiese, tutte le Chiese, compresa quella di Roma, scelgono di impegnarsi direttamente nel dibattito politico, sociale, etico ed antropologico - come "soggetto" accanto ad altri "soggetti" - esse devono accettare la logica della contesa e anche del "conflitto" in cui scelgono di stare, senza pensare di potersi più riparare dietro scudi che non possono,e non debbono,esistere più. Oggi, il merito - e la responsabilità di ciascuna Chiesa - risiede precisamente nella capacità di costruire, nel consenso, il primato del proprio punto di vista, riuscendo ad imporlo sugli altri,nel vivo di un "conflitto" che deve essere riconosciuto come l'anima - e l'energia vivificatrice - di una moderna democrazia e,in essa, di un moderno Stato e di una moderna Chiesa. Privilegi di tipo feudale non esistono più per nessuno.

Ma proprio per questo, le reazioni dell'episcopato spagnolo e del responsabile della Sala stampa del Vaticano appaiono sorprendenti, vecchie, e anche in contrasto con quelle che sono le posizioni di alcuni degli esponenti più aperti dell'episcopato mondiale,anche di quello italiano. Zapatero, con il suo gesto, non ha fatto altro che rendere chiaro a tutti i termini attuali della situazione - e il modo in cui si pone oggi - il rapporto tra Stato e Chiesa, sia in Spagna che nel resto d'Europa.

Dal punto di vista simbolico ha fatto qualcosa di più, e di più profondo: ha negato che "Parigi val bene una messa", come aveva proclamato Enrico IV per diventare re di Francia, convertendosi dal protestantesimo al cattolicesimo. E l'ha negato non solo - e già sarebbe sufficiente - perché si tratta di un affare di coscienza; ma perché è solo in questo modo - e con queste scelte - che in una moderna democrazia conflittuale possono essere concepiti i rapporti tra un moderno Stato e una moderna Chiesa. Come dice il vecchio proverbio: chi ha più filo, più tesserà. Il resto è inutile, e sospirosa, nostalgia di un passato che (per fortuna) non può tornare.

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