giovedì 1 giugno 2006

Storia del gay pride

Nella notte tra il 27 giugno 1969, un venerdì, e il 28 giugno, allo Stonewall Inn, il locale nel cuore appartato del Greenwich Village, Manhattan, la polizia faceva una delle sue frequenti incursioni, manganellate e notti in cella, motivi occasionali per gli arresti.

Ma i gay questa volta reagirono.

Due ore di tafferugli.

I giorni successivi, picchetti di protesta e volantini di denuncia, ma soprattutto la prima marcia dell'orgoglio gay. Erano in cinquecento, i giornali ne parlarono con disprezzo. Oggi, trent'anni dopo, Stonewall è monumento nazionale, gli Stati Uniti si sono dotati di leggi che tutelano le coppie gay in molti paesi della federazione, i Gay Pride sono ormai un appuntamento fisso.

E quest'anno è il 37°.

Nel 2005 c'erano 500.000 persone a San Francisco e poco di più a New York. I sindaci non si negano al corteo, gli sponsor litigano per esserci. Ma anche in Canada sono milioni i partecipanti, a Montréal e Quebec, e poi Sidney e Parigi e Colonia e Barcellona e �

4 edizioni del Gay Pride si sono svolte anche a Gerusalemme, organizzate dalla locale Jerusalem Open House for Pride and Tolerance. E se l'anno scorso accorsero ben 10.000 persone, quest'anno, ad agosto, a Gerusalemme si svolgerà il World Pride, l'edizione maggiore dell'evento di portata mondiale. "In una città con molte divisioni tra ebrei e arabi, religiosi e laici è il tema della parata dell'amore senza frontiere ha una speciale risonanza", ha commentato il Washington Post, mentre Pierre Sane, Segretario Generale di Amnesty International, ha pubblicamente elogiato organizzatori ed evento parlando di "lavoro fantastico in sfida alle imprese impossibili".

La comunità religiosa locale si è recentemente pronunciata come contraria all'evento, che costituirebbe una ferita alla dignità di una città santa per le principali religioni.

Un triste ecumenismo di discriminazione infondata: ogni Gay Pride, il presente incluso, si è sempre caratterizzato come momento anche di gran serietà, con lunghi dibattiti, appuntamenti di riflessione, incontri e approfondimenti su identità e sessualità.

Oltre, certo, al corteo-festa conclusivo.

Ma i gay fanno ancora paura? Pare di sì.

A Mosca il sindaco è sceso in campo per impedire la manifestazione, in Polonia gli episodi omofobi relegano ai margini l'attività delle associazioni Glbt.

La strada è ancora lunga.



Era il 1969...

La prima volta, trent'anni fa, erano cinquecento, senza neanche un megafono.

Recentemente a San Francisco, tra i cinquecentomila partecipanti alla marcia dell'Orgoglio Gay, qualcuno ha avuto da ridire sulla presenza di troppi grandi sponsor. Altrettante persone hanno preso parte alla marcia a New York. Tra di loro c'erano i sindaci delle due città, Rudy Giuliani e Willie Brown. Un milione di persone.

Ne hanno fatta di strada, i gay d'America, mentre a quelli di Italia si vuole impedire anche solo di esserci. La marcia si tenne per la prima volta nel luglio 1969, e da allora ogni anno, nell'anniversario del 27 giugno 1969: il giorno degli scontri di Stonewall.

Allora non c'era nessun movimento gay in America. Le associazioni omosessuali si contavano sulle dita di una mano: si trovavano solo a San Francisco, Los Angeles, Washington e New York e avevano nomi mimetici, che eludevano la loro natura. I pochi omosessuali dichiarati che ne facevano parte chiedevano solo di esser lasciati vivere con le loro scelte senza venir discriminati sul lavoro o minacciati. Ogni millimetro di tolleranza guadagnata (tolleranza sdegnosa, "basta che non diano fastidio") veniva visto da queste associazioni come un successo fragile da non turbare con rivendicazioni che potessero urtare le sensibilità dominanti.

Il Manuale diagnostico e statistico dell'Associazione americana di psichiatria definiva l'omosessualità come una malattia mentale. Non esisteva, nel 1969, nessun movimento dii diritti per gli omosessuali, proprio mentre la questione dei diritti civili (per i neri, per le donne, per i poveri, per le minoranze in genere) raggiungeva la massima importanza negli Stati Uniti e in molte parti del mondo. Alle leggi contro l'amore omosessuale, che ancora vigono in cinque degli stati confederati, si aggiungevano norme di fatto che impedivano, anche a New York, il funzionamento di associazioni, locali, attività: le autorità spesso chiudevano un occhio salvo metter loro pesantemente i bastoni tra le ruote ogni volta che capitava.

La sera del 27 giugno 1969 era un venerdì, e lo Stonewall Inn era pieno come un uovo. Il locale di Christopher Street, nel Greenwich Village, era uno dei più noti locali gay di Manhattan, discretamente appartato dall'esterno e periodicamente tartassato dalla polizia con una scusa o l'altra. Era frequentato da pochi vistosi travestiti e molti anonimi clienti, soprattutto giovani, rassicurati dalla riservatezza del posto e dal fatto che la polizia portasse sempre via per prime le checche e desse loro il tempo di dileguarsi. Quel venerdì per i tavoli si piangeva la morte di Judy Garland, icona di femminilità sempre venerata dalla cultura gay, quando verso mezzanotte sei agenti della polizia di New York, quattro uomini e due donne, piombarono allo Stonewall con un mandato per controllare che non venissero venduti alcoolici, per cui i gestori non avevano mai ottenuto la licenza (fino a due anni prima nessun locale poteva servire alcoolici agli omosessuali, per legge). Il mandato era pretestuoso, il reato tollerato in mille altri casi, ma era un'occasione per far tenere bassa la cresta ai locali gay. I poliziotti presero a distribuire minacce e rompere oggetti a colpi di manganello, e fecero uscire i clienti a uno a uno, fermando i travestiti. Ma quella sera qualcuno reagì. Non solo le solite energumene truccate e sui tacchi che volevano saggiamente sfuggire alla notte in cella: per la prima volta gli avventori resistettero all'intimidazione assieme, uomini e donne, gay e eterosessuali. Volarono bicchieri e sgabelli, i poliziotti furono presto in difficoltà e bloccati all'interno, mentre fuori una folla di centinaia di persone, in parte espulsi dal locale, in parte accorsi dai dintorni, resisteva all'arrivo dei rinforzi, accendeva falò e dava luogo ai tumulti da cui nacque il movimento gay americano. Gli scontri durarono un paio d'ore, con alcuni feriti non in modo grave e una dozzina di arrestati sia eterosessuali che gay. I quotidiani newyorchesi (e persino il progressista Village Voice) riferirono l'accaduto con ironie volgarissime a base di "mascara che colava", reggiseni, unghie laccate e "api regine che pungono", rinforzando l'orgoglio degli insorti.

Nelle sere successive le manifestazioni davanti allo Stonewall ripresero e si scontrarono ancora con la polizia che voleva disperderle. Il seme era gettato, e dalle pavide e represse associazioni "omofile" si staccò nelle settimane successive un movimento più radicale di persone che chiedevano di avere i diritti degli altri (e che vennero accusati dalle prime di essere "comunisti" e voler compromettere il quieto vivere) e sceglievano per la prima volta di usare la parola "gay" per le loro rivendicazioni. Tra i volantini diffusi in quei giorni, uno diceva "Pensate che gli omosessuali siano disgustosi? Potete scommetterci il culo che lo siamo!".

"Alla polizia sono sicuri di una cosa sola: sentiranno ancora parlare delle Ragazze di Christopher Street", chiudeva la suo spregevole cronaca il Daily News del 6 luglio.

Lo Stonewall è sempre in Christopher Street : è stato dichiarato monumento nazionale e sta aprendo un nuovo "Stonewall Bistro".

Quest'anno ancora una volta si terrà la marcia del Gay Pride.

La marcia nacque quando i gay decisero di cominciare a menare le mani per i loro diritti. Qualcuno li avvisi, quelli che giudicano "inopportuna" la manifestazione di Torino.



La nascita dell'orgoglio - di Stefano Bolognini





Nel testo del 1973 Educazione alla sessualità che raccoglie numerosi saggi di autori appartenenti al CIS (Centro italiano sessuologia), un gruppo che promuove tuttora ricerche e corsi di sessuologia per educatori e non, si legge a pagina 24:

Sul tema delle deviazioni sessuali il nostro centro ha promosso un congresso di sessuologia che ha avuto un notevole successo e che si è svolto a San Remo nell'Aprile del '72. Il congresso durato quattro giorni, ha affrontato i vari aspetti del problema, portando ad alcune conclusioni, ma lasciando ovviamente alcuni interrogativi
.

Queste frasi del presidente del CIS allora in carica Giacomo Santori sono false. Quel congresso fu un disastro per il CIS e non giunse ad alcuna conclusione. Il convegno non durò quattro giorni bensì tre e fu interrotto dalle proteste veementi di un gruppo di individui. Questi ultimi, gli stessi 'deviati' di cui Santori avrebbe voluto parlare, si presentarono al convegno di San Remo e chiesero con decisione di esprimersi personalmente in merito alla loro presunta 'anormalità' a scienziati che pensavano di proporre loro una cura

Quei 'deviati' erano i primi omosessuali italiani a mostrare pubblicamente il loro volto.




Fu il nostro primo Pride. L'orgoglio ferito si ribelli.
Cerchiamo di ricostruire brevemente quella storia.




Il 5 aprile 1972 il CIS diede il via ai lavori del congresso di San Remo che prevedeva una tavola rotonda sulla devianza anche per scoprire le cause dell'omosessualità e per proporre alcune terapie per debellarla.

Tra gli invitati, ad esempio, 'l'insigne' psichiatra inglese Philip Feldmann alla ribalta delle cronache di allora per la 'terapia d'avversione'. Eccola raccontata attraverso le sue parole

"Si proietta una diapositiva di un uomo nudo visto di spalle davanti ad un omosessuale. Se questi indugia più di otto secondi ad ammirarla riceve una scossa, un piccolo choc, attraverso gli elettrodi applicati ai polpastrelli. Poi la diapositiva dell'uomo scompare sostituita da quella di una bella donna anch'essa nuda. In questo caso l'omosessuale non riceva alcuna scossa."


Il "senso del dolore" a detta dello psichiatra avrebbe riconvertito il "senso del piacere" verso una sessualità normale




Anche Jefferson Gonzaga avrebbe partecipato ai lavori. La sua proposta di cura era meno violenta: l'omosessuale con una serie di trattamenti ipnotici, che potevano durare anche dieci anni, seguiti dall'incontro con una bella donna compiacente poteva cambiare gusti.



Tra le proposte che il CIS, cattolico, voleva valutare anche la radicale "tecnica Reder" che consisteva "nel produrre una lesione in quella zona del cervello che si chiama nucleo ventricolare mediale" in parole povere una lobotomizzazione leggera.



Il neonato FUORI, Fronte unitario omosessuale rivoluzionario Italiano, che raccoglieva un modesto gruppo di militanti e che era salito alla ribalta delle cronache qualche mese prima del 5 aprile per aver scritto una lettera, firmata con i nomi e cognomi dei militanti, di protesta ad un quotidiano nazionale che aveva bistrattato l'omosessualità, decise di agire chiamando a raccolta anche i militanti di altri paesi europei.

Quella mattina i luminari delle scienze sessuologiche furono accolti da una piccola folla arrabbiata che gridava:"Normali, normali".

Era la ribellione dei potenziali pazienti che oltre a gridare mostravano cartelli con scritte di questo tenore:"Psichiatri siamo venuti a curarvi","Psichiatri ficcatevi i vostri elettrodi nei cervelli","La normalità non esiste","Primo e ultimo congresso di sessuofobia" e così via...




Ogni cartello era una veemente dichiarazione di guerra e i quaranta contestatori presenti erano assolutamente consci che si stava compiendo un gesto storico. Per la prima l'omosessualità lottava a viso aperto. La rabbia era molta.

I congressisti, non troppo lungimiranti ma questo lo hanno già attestato i loro studi, decisero di chiamare la polizia rendendo memorabile l'evento. Le forze dell'ordine sequestrarono i cartelli ai militanti e due di essi furono portati in commissariato.

Il convegno incominciò comunque e tra gli iscritti a parlare si proposero regolarmente anche alcuni contestatori.

Angelo Pezzana, presidente del Fuori, aprì le danze con il celeberrimo"Sono un omosessuale e sono felice di esserlo" di fronte ai congressisti sbigottiti.

Il giorno dopo intervenne una militante francese che si scagliò contro la sessuofobia. Il terzo giorno ignoti lanciarono fialette di gas derattizzante, che è decisamente puzzolente, nella sala e il congresso fu interrotto.

Dall'altra parte della barricata, sulla difensiva, professori piccoli piccoli ribadivano antichi pregiudizi. Così il professor Capelletti, accademico che si è dedicato alla storia della scienza: "si vorrà almeno ammettere che lo sviluppo naturale del sesso sia nel senso della procreazione...di qui la norma e la relativa devianza..."

Dopo di lui Newman, che critica l'ambiguità di alcuni congressisti e afferma che gli omosessuali non sono dei neurotici bensì degli psicotici. Chiaro no? E così via.

Come detto non fu un successo per il CIS ma lo fu per i gay perché la stampa, ghiotta di fronte a notizie allora considerate pruriginose, diete un'eco molto ampia all'azione di disturbo.



Il FUORI dopo questa vittoria crebbe per numero di militanti e lo spirito di quei coraggiosi militanti trovò spazio per esprimersi nella rivista ufficiale del gruppo intitolata "FUORI!" il cui primo numero uscì nel giugno del 1972.

Una frase dell'articolo "Omosessualità e liberazione" ben si presta a raccontare quello che accadde: "Siamo usciti fuori, ma ad una condizione, fondamentale, autenticamente rivoluzionaria: siamo usciti con la pretesa di essere noi stessi, con la volontà di ritrovare la nostra vitale identità...e di colpo, senza soluzione intermedie, senza tappe in momenti o verifiche riformiste, abbiamo scoperto in noi il diritto alla vita, che è prima di tutto il diritto al nostro corpo.

Solo trent'anni fa incomincia la storia degli omosessuali moderni orgogliosi non della loro scelta sessuale ma di poterla esprimere liberamente, orgogliosi di non doversi nascondere agli occhi carichi di pregiudizi di una normalità che esiste solo nei testi di teologia.

Dopo quel Pride, in ritardo rispetto agli omosessuali americani che si ribellarono il 28 giugno 1969 con la celebri notti di Stonewall, si dovette attendere molto a lungo per manifestazioni gay di vasta portata ma anno dopo anno il movimento e la coscienza di cosa fosse la libertà degli omosessuali crebbe

Nel 2000 dopo anni di manifestazioni che non raggiungevano i cinquemila partecipanti la grande svolta con una Roma gubilante di mezzo milione di arcobaleni. Oggi un nuovo mese Pride in cui gli omosessuali marceranno anche per ricordare e ringraziare i quaranta coraggiosi di San Remo a cui lasciamo la conclusione con le parole di Domenico sempre su di un numero di FUORI!: A tutti i compagni omosessuali, che hanno ancora dubbi, paure, incertezze, diciamo: esci fuori! Il rischio è molto spesso immaginario ma se anche fosse reale, non importa. Ad un passo c'è la vita!".

1 commento:

  1. Forse ho uno straccio di logo per l'associazione, nel senso che ho fatto l'ambigramma sia della scritta art. tre che della scritta arcigay.
    Vedi www.revil.it/ambipur

    Per lo slogan invece avrei un'idea:
    ART. TRE: MY RIGHT TO LIVE MA VIE EN ROSE.

    Per il manifesto si potrebbero usare anche delle farfalle con le ali triangolari, e si potrebbe disegnare in primo piano una farfalla con le ali rosa e nello sfondo altre farfalle con le ali con i vari triangoli usati dai nazisti per identificare i vari tipi di prigionieri (tranne il triangolo per i delinquenti comuni veri)

    Quel blu sul verde � proprio illeggibile, nel post.

    Saluti.

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