martedì 27 giugno 2006

Ivrea: no alle dimissioni di Benedino per le frasi su Ratzinger

A Ivrea la CDL chiede con una mozione le dimissioni di Andrea Benedino per aver definito "nazisti" i documenti della chiesa sulle coppie gay poi fa marcia indietro. Pubblichiamo l'intervento di Benedino.

Ieri sera nel corso di una seduta del Consiglio Comunale di Ivrea è stato discusso un ordine del giorno presentato da tutti gli esponenti della Casa delle Libertà con cui si chiedevano le dimissioni da assessore all'istruzione di Andrea Benedino - a sua volta anche portavoce nazionale di GAYLEFT e fondatore dell'Arcigay di Ivrea - per aver espresso in un dibattito elettorale a marzo a Venaria giudizi molto duri sui documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede un tempo presieduta dall'allora cardinale Ratzinger sulle coppie omosessuali.

Alcuni giornali locali avevano speculato sulla vicenda titolando con grande evidenza "Benedino: il Papa è un nazista".


Ieri sera dopo un duro intervento di Benedino ed un lungo dibattito che ha coinvolto tutti i gruppi del Consiglio Comunale, nel quale la maggioranza ha riconfermato piena fiducia nell'operato dell'assessore, la minoranza ha deciso di ritirare l'ordine del giorno prima della votazione.

Pubblichiamo l'intervento integrale letto in Consiglio Comunale da Andrea Benedino.


Signor Presidente, Signore e signori consiglieri,

E' con grande disagio che mi accingo a svolgere questo intervento. Dopo aver partecipato più di tre mesi fa ad un dibattito pubblico il 23 marzo scorso in quel di Venaria, mi sono trovato infatti ad essere involontario protagonista di una gogna mediatica fatta di articoli, ma ancor più di locandine dei giornali affisse fuori dalle edicole, che hanno totalmente deformato e stravolto quello che era il mio pensiero.

Innanzitutto però consentitemi di fugare anche in quest'aula i dubbi che alcuni giornali e, forse, alcuni di voi si sono posti rispetto alla mia assenza dai lavori del consiglio comunale del 26 aprile scorso.

Come molti di voi sanno e possono testimoniare, infatti, al mio ingresso ai lavori di tale seduta del Consiglio Comunale mi fu rivolto l'invito dal Sindaco di recarmi a rappresentare l'Amministrazione Comunale a Rivarolo all'Assemblea convocata dai lavoratori della Eaton in lotta contro la chiusura dello stabilimento, assemblea a cui presero parte assessori e consiglieri regionali e provinciali, i parlamentari e i sindaci del Canavese, nonché il vescovo di Ivrea mons. Arrigo Miglio. Tale invito fu rivolto a me in quanto era assente il vicesindaco che ha la delega al lavoro, ed era in ritardo l'assessore alle attività produttive.

D'altra parte nessun collega di minoranza mi aveva informato della presentazione di un ordine del giorno che richiedeva le mie dimissioni. Se ciò fosse avvenuto avrei senz'altro chiesto al Sindaco di mandare altri a rappresentare l'Amministrazione a Rivarolo e non il sottoscritto, in quanto non sono solito eludere i problemi, né tanto meno delegarli ad altri. Ho visto che qualche giornale ha scritto che ero al corrente dell'iniziativa della minoranza. Ciò è assolutamente falso. Qualche giorno prima del consiglio, in effetti, un giornalista della Voce mi chiamò al telefono chiedendomi di commentare la richiesta di dimissioni della minoranza. La mia risposta fu che non ero al corrente di alcuna richiesta del genere, di nessun atto formale e che quindi non avevo nulla da dichiarare, non essendo solito commentare i pettegolezzi.

Sarà per la deformazione che mi è rimasta dall'aver presieduto in passato i lavori di questo consiglio, ma per quanto mi riguarda gli atti formali importano eccome nel dialogo istituzionale e all'apertura dei lavori di tale seduta del Consiglio di atti formali non ve n'era alcuno.

E' peraltro proprio per il rispetto profondo che nutro per questo Consiglio Comunale che ho preferito nelle settimane passate subire questa gogna mediatica, piuttosto che replicare o precisare con comunicati, lettere o interviste che avrebbero soltanto ottenuto il risultato di far aumentare le polemiche e magari di far vendere qualche copia in più a qualche giornale.

Il 23 marzo scorso partecipai ad un'iniziativa elettorale organizzata dal mio partito a Venaria nella mia qualità di membro della segreteria regionale del mio partito, nonché di responsabile nazionale della Consulta dei gay e delle lesbiche dei DS, e non come rappresentante dell'amministrazione comunale. Nel corso di questi anni ho partecipato a centinaia di dibattiti di questo tipo in tutta Italia, in sedi istituzionali, politiche e di movimento, in trasmissioni radiofoniche e televisive, con interventi su quotidiani e settimanali nazionali e locali, e ritengo che questa mia attività, collaterale al mio impegno nell'amministrazione comunale di Ivrea, non abbia arrecato danno alcuno a questa istituzione.

Chi mi conosce, e voi credo mi conosciate molto bene ormai da alcuni anni, sa che per carattere non sono una persona che insulta, aggredisce od offende il prossimo, ma al tempo stesso sono anche un cittadino che sa indignarsi di fronte alle ingiustizie e alla violenza delle parole, e questo personalmente lo rivendico come un pregio e non come un difetto.

Voglio dire in maniera chiara, una volta per tutte, in modo che non ci sia più equivoco alcuno a riguardo, che non ho mai e poi mai affermato che il Papa sia un nazista. Non l'ho mai detto perché non lo penso. Quello che ho detto nel corso di quel dibattito (e ciò che penso) è altra cosa, e cioè che certe teorie presenti anche all'interno di documenti delle gerarchie ecclesiastiche, come per l'appunto il documento del luglio 2003 della Congregazione per la dottrina della fede dal titolo "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento delle unioni tra persone omosessuali" contengono al proprio interno, a mio modo di vedere, elementi di estrema gravità e pericolosità e che quindi, per quanto mi riguarda, queste teorie vanno contrastate sul piano politico e culturale con grande fermezza.

Definire una coppia dello stesso sesso che si ama e che ha scelto di condividere un progetto di vita comune, fatto di reciproca assunzione di diritti e di doveri di assistenza morale e materiale, con espressioni come "tolleranza del male" o affermare che esse sono "nocive per il retto sviluppo della società umana" quale influenza credete possa avere sulla sofferenza di chi già ogni giorno combatte per difendere la propria dignità dai soprusi, dalle discriminazioni e dall'intolleranza del prossimo? Quale reazione ritenete possa provocare in un giovane che magari è soltanto all'inizio di un percorso interiore di auto-accettazione di sè?

E' vero, ho utilizzato espressioni molto forti in quel dibattito, espressioni che oggi non ripeterei. Ho parlato di "teorie al limite del nazismo". Ma è un fatto storico che in quest'Europa nel secolo scorso ci sia già stato chi cercò di sterminare nei campi di concentramento tedeschi quella che io considero la mia comunità. Lo dico come lo direbbe un rappresentante della comunità ebraica, o dei Testimoni di Geova, o delle tante altre minoranze che incontrarono la persecuzione e il tentativo di sterminio nell'Europa di quegli anni.

Tra il 1933 ed il 1945 in Germania decine di migliaia di omosessuali morirono nei campi di sterminio nazisti o furono atrocemente torturati. Gli storici affermano che la vita nei campi di concentramento per i cosiddetti "triangoli rosa" fu seconda in quanto a sofferenza soltanto a quella dei prigionieri ebrei. E tutto questo sulla base di teorie politiche intolleranti che avevano individuato nei "diversi" a vario titolo (ebrei, zingari, testimoni di geova, handicappati, omosessuali etc.) delle "vite indegne di essere vissute".

Primo Levi, uno degli autori che hanno segnato la mia formazione politica, scriveva "Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi."

Ebbene, per chi come me ha scelto di dedicare parte della sua militanza e del suo impegno alla difesa dei più deboli, dei discriminati, queste parole sono un monito costante. La memoria storica è infatti la prima arma di cui disponiamo per sconfiggere l'intolleranza, la discriminazione e l'omofobia che ancora oggi sono ben presenti nella nostra società. Per evitare che "ciò che è stato" possa ancora accadere.

Questo però a cui voi mi avete costretto è un dibattito che mi ferisce. Mi ferisce l'accusa di "intolleranza" contenuta nel vostro ordine del giorno. Mi ferisce perché, a ragione o a torto, io ritengo di essere in quest'aula la persona che si è spesa maggiormente in questa città nel corso degli ultimi anni per favorire un clima di dialogo e confronto civile e sereno tra la comunità omosessuale e quella cattolica, proprio nella consapevolezza che, al di là di quel che possono dire i documenti vaticani, non sia utile a nessuno un clima di muro contro muro. Non è utile ai cattolici come non lo è agli omosessuali, per non parlare della sofferenza lacerante di quei tanti omosessuali cattolici, presenti anche nel nostro territorio, che vivono con sempre maggiore disagio il loro essere omosessuali e credenti al tempo stesso.

Non è un caso che nel 2002, a seguito delle polemiche per la mancata concessione dei locali dell'allora ABCinema per una rassegna di cultura omosessuale, mi rivolgessi al vescovo di Ivrea con una lettera aperta in cui chiedevo di riaprire le porte al dialogo. Così come non è un caso che l'anno successivo si svolgesse in questa città un dibattito nell'ambito della stessa rassegna sul rapporto tra Chiesa e Omosessualità cui intervenne anche un rappresentante della Curia di Ivrea e a cui fece l'onore della sua presenza in sala anche lo stesso monsignor Miglio.

Voglio anzi cogliere l'occasione per ringraziare ancora una volta qui in quest'aula proprio Sua Eccellenza Monsignor Arrigo Miglio, il quale il 19 novembre del 2004 sulla prima pagina del Risveglio Popolare scrisse un articolo di grande spessore, nonchè di grande apertura al dialogo con la realtà omosessuale, in cui si interrogava sulle fragilità umane soffermandosi più sulle sofferenze che sui divieti, in cui tra l'altro affermava che "l'insegnamento cristiano in materia non definisce le persone come "peccatori" in base alle loro tendenze e pulsioni".

Furono parole di grande coraggio e di grande apertura che hanno favorito in questa città un clima di dialogo più sereno che altrove.

Quello che intendo dire è che questi sono temi che appartengono al libero confronto culturale e politico. Un confronto in cui ci possono anche essere tesi diverse e magari contrapposte. Sta nell'essenza di una democrazia laica evitare che una tesi sia assunta come verità dogmatica e l'altra come eresia.

Io a questo confronto sono disponibile e lo sono sempre stato, ma credo che non sia il consiglio comunale la sede più appropriata. Tanto più se lo scopo è soltanto quello di prendere a pretesto delle dichiarazioni mal riportate su un giornale per imbastire un processo alle intenzioni, o peggio, alle opinioni.

Vi ricordo che l'art. 21 della nostra Costituzione afferma che "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".

Ritengo che questo Consiglio sia titolato a giudicarmi esclusivamente per il mio operato di amministratore comunale e non per quello che penso. A quel tipo di giudizio ci penseranno gli elettori, i quali per ben due volte nelle ultime due tornate amministrative mi hanno eletto in quest'aula tributandomi il massimo dei consensi ed il ruolo di "consigliere anziano".

Per questi motivi sono qui a chiedervi, se avete a cuore la dignità dell'istituzione nella quale svolgete il vostro ruolo, di ritirare quest'ordine del giorno e di venire a confrontarvi con me pubblicamente, nelle forme e con le modalità che riterremo più opportune, con serenità e reciproco rispetto, nel merito di quelle che voi stessi definite "questioni così delicate", da affrontare "con equilibrio e con prudenza".

Nessun commento:

Posta un commento