giovedì 4 maggio 2006

LA REPRESSIONE DEGLI OMOSESSUALI NELL'ITALIA DEL VENTENNIO

da La Stampa del 28.4.2006
di Giovanni De Luna

Una vicenda poco nota su cui fa luce una ricerca degli storici Goretti e Giartosio.
ALLARMI SONO GAY

Per il duce non esistevano, però finivano al confino


La persecuzione del fascismo nei confronti degli omosessuali italiani era stata sempre oscurata dai fenomeni più tragicamente vistosi della repressione politica e delle leggi razziali. A delinearne gli aspetti più significativi è ora un bel libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista (ed. Donzelli), sorretto da una robusta ricerca d'archivio che consente almeno due tipi di lettura: quella che fa i conti più direttamente con l'organizzazione dello Stato totalitario fascista e quella più legata alla storia degli omosessuali italiani. Cominciamo dalla prima. Nel corso del Ventennio furono più di trecento gli omosessuali perseguitati, mandati al confino, in qualche caso come prigionieri politici, più spesso come detenuti comuni. Negli elenchi figurano soprattutto giovani, per la maggior parte appartenenti agli strati sociali più popolari. L'omosessualità in sè non era considerata un reato. Nel 1931, nel progetto iniziale del Codice Rocco era previsto un articolo 528 che la puniva in quanto "delitto contro la moralità pubblica e il buon costume", ma questo articolo non fu inserito nel testo definitivo del Codice penale con una motivazione per lo meno bizzarra: in Italia c'erano pochissimi omosessuali, il nostro popolo era così sano da rendere praticamente inutile un apposito articolo del Codice penale per punire una figura di reato che era quasi inesistente. Così, a differenza della legislazione omofoba tedesca, nel nostro ordinamento giuridico l'omosessualità poteva soltanto esser colpita con sanzioni amministrative, non in quanto tale ma quando gli episodi a essa collegati "venivano all'attenzione" delle Questure come occasioni di scandalo, turbamento dell'ordine pubblico, delitti veri e propri (omicidi, rapine ecc.). Ne scaturiva una marcata incertezza sulla possibilità di assegnare i confinati omosessuali ai "politici" o ai "comuni". "Politici" furono dichiarati in particolare i 45 "pederasti" arrestati a Catania nel 1939 e mandati tutti nell'isola di San Domino, nelle Tremiti. Ed è proprio la vicenda dei "catanesi" che gli autori mettono al centro del loro racconto. Il 1939 fu infatti un anno chiave della repressione; la curva statistica dei provvedimenti restrittivi subì una brusca impennata verso l'alto e tra le motivazioni delle misure di polizia apparve per la prima volta il "nocumento agli interessi nazionali". E' ovvia la coincidenza cronologica con le leggi razziali, la campagna propagandistica "antiborghese", il perentorio invito di Mussolini a "ripulire gli angolini", il tentativo del fascismo di avviare una "seconda ondata rivoluzionaria" per dare una scossa a un regime che languiva proprio mentre si avvicinava la seconda guerra mondiale. In questo senso, sia la scelta di un'isola-Lager sia il riferimento alla sanità della stirpe che figura in calce ai provvedimenti sono le spie di come - in seguito anche all'allineamento con i tedeschi - si stesse affermando una spinta eugenetica a sfondo razziale nella cui ottica l'omosessualità non si limitava più a violare le norme del buoncostume, ma metteva in crisi proprio i meccanismi di selezione e di conservazione della razza. L'omosessualità entrava in rotta di collisione con il modello virile e guerriero che il fascismo aveva scelto come punto di riferimento per il suo progetto di "fare gli italiani". Non solo, ma attaccava alla radice il principio gerarchico autoritario del "ciascuno al suo posto" su cui si fondava la struttura totalitaria del regime. Gli "arrusi" catanesi di cui parla il libro dovevano essere considerati maschi o femmine? E quelli che andavano a letto con loro e che non venivano chiamati "arrusi" ma "masculi" come potevano essere definiti? La distinzione tra maschi e "arrusi" ci riporta all'altro filone di lettura del libro di Goretti e Giartosio, quello più legato alla storia degli omosessuali italiani. "Arrusu" era a Catania l'omosessuale passivo, quello che "faceva la donna" non solo sul piano delle prestazioni sessuali ma anche nelle vesti di chi si prendeva cura del suo uomo e che svolgeva attività prevalentemente legate alla sfera della domesticità (cameriere, sarto, parruchiere, ecc.). Gli "arrusi" non si accoppiavano tra loro, sarebbe stato impensabile. "Masculi" erano invece quelli che nella coppia svolgevano ruoli attivi, avevano vaste relazioni eterosessuali e non si autorappresentavano affatto come omosessuali. Si trattava di un universo indistinto, in cui nella scala di valori del vero maschio essere concupito e desiderato da un omosessuale diventava un titolo di merito che ne aumentava le quotazioni verso le donne e verso gli altri uomini. In più molti degli omosessuali di allora invece di praticare la prostituzione pagavano essi stessi i loro "masculi" che quei regali ostentavano come trofei di battaglie amorose particolarmente gratificanti. Le pagine delle descrizioni del mondo degli "arrusi" sono tra le più felici: il linguaggio burocratico degli interrogatori e degli atti giudiziari viene sfondato dall'empatia con cui gli autori guardano ai protagonisti del loro libro, restituendoci in pieno la loro umanità di volta in volta disperata, dolente, ironica, allegra, sfrontata, facendoli sfilare davanti ai lettori con i loro nomi di battaglia ('a Bastarduna, 'a cammarera, 'a Scarpara, 'a Carbunara, 'a Francisa, 'a Sticchina, 'a Leonessa ecc.) e con le loro piccole storie, sospese tra una quotidianità senza sussulti e gli scenari della grande storia. Nel libro ci sono anche gli antifascisti che condivisero il confino con gli omosessuali. Il loro atteggiamento fu tollerante e ironico, diverso da quello repressivo e poliziesco dei fascisti, ma attraversato dallo stesso "spirito del tempo", segnato da pregiudizi che appartenevano all'Italia di allora, tutta intera.

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