mercoledì 24 maggio 2006

ARCIGAY A RUINI: "USCIAMO DALLA CHIESA CATTOLICA"

E' la rottura. "Dobbiamo chiamarci fuori dalla Chiesa Cattolica. Ci costringono i continui insulti alla nostra dignità. Moltissimi laici e prelati non condividono gli anatemi di Ratzinger e Ruini, ma nessuna posizione differente può essere difesa, pena la riduzione al silenzio". Aurelio Mancuso segretario di Arcigay, la più grande associazione italiana degli omosex, dice basta e in un comunicato accusa la Chiesa di essere diventata "un partito politico omofobico".
Credente, più volte dall'elezione di Ratzinger in poi ha sottolineato l'estrema difficoltà di rapportarsi alle gerarchie vaticane da parte dei gay che hanno fede, nonchè di tutti gli omosessuali che vivono alla luce del sole il loro amore, di recente bollato dal Papa come "amore debole". Si potrebbe dire: la Chiesa fa il suo dovere, ai vescovi spetta il compito di affermare il suo dettato. Ma non si scorge la necessità di una ossessiva insistenza sulla questione omosessuale né le ragioni di additare le unioni gay come lesive della famiglia. Ma qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra Arcigay e le gerarchie vaticane? Peschiamo nelle ultime dichiarazioni. Il 18 maggio il Papa afferma che le pseudo-forme di matrimonio distorcono il disegno del creatore e minano la verità della natura umana. L'11 maggio Benedetto XVI dichiara: bisogna evitare la "confusione" tra il matrimonio e altri tipi di unione "basate su un amore debole". Il 14 Aprile, Padre Cantalamessa confessore di Ratzinger commenta durante la Via Crucis: riconoscere le coppie di fatto significa "una anti-Genesi, un orgoglio diabolico che pensa di spazzar via la famiglia". In un Convegno internazionale presso l'Università Lateranense dello scorso febbraio si dice che bisogna battersi contro l'ideologia del movimento gay il cui obiettivo è la distruzione della famiglia. E' troppo per Arcigay. La Chiesa, secondo Mancuso, sarebbe un partito omofobico. In che senso? "Si è passati dal piano teorico che praticare l'omosessualità fosse un disordine, al condannare senza appello l'omosessualità in quanto nemica di un supposto, e fantasioso, ordine naturale. Già la prima affermazione era grave, la seconda è un manifesto politico. Ne discende la necessità di opporsi e di diventare parte attiva di un'idea da contrapporre al relativismo e al laicismo". C'è anche da parte delle gerarchie una contrapposizione tra omosessuali e gay, come se i secondi, individuati come coloro che vanno a testa alta e chiedono allo Stato diritti per le loro unioni, fossero il Male. "E' una Chiesa nemica, protagonista della più vasta campagna contro i diritti delle persone omosessuali, e merita la nostra lontananza. Siamo certi che sempre più fratelli e sorelle nella fede sceglieranno di non essere più complici di un'istituzione che si dice cattolica, ma che d'universale ha ormai solamente il tentativo di poter ritornare a dominare sul corpo e sulla sessualità, soprattutto delle donne, dei gay e delle lesbiche". Chiamarsi fuori è un atto estremo e difensivo, ma non solo. C'è un timore dietro questa posizione, ma anche una nuova strategia. "Temo una Chiesa sempre più impaurita dalla modernità e dall'autodeterminazione dei corpi. Alla paura Ratzinger risponde strumentalizzando. Provo pena verso una gerarchia che cerca disperatamente di frenare la crisi valoriale e spirituale con precetti risibili e goffi". Quali i prossimi passi? "C'è un forte conformismo, generato anche dalla capacità dei gerontocrati vaticani di influenzare la politica e i poteri forti - conclude Mancuso -. Ma il messaggio sta già passando nelle reti, tra le persone: bisogna far rivivere una nuova e attualizzata teologia della liberazione".

Di Delia Vaccarello (Unita, L' del 23/05/2006)

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