venerdì 21 aprile 2006

Se l'omofobia uccide

da ansa
OMICIDIO IMPIEGATO: GIOCO EROTICO MORTALE, FERMATO ROMENO
Il caso di La Delfa ricorda quello di Oronzo Lovecchio ridotto in fin di vita, nell'agosto del 2004, a colpi di chiave inglese sulla testa
lunedì 17 aprile 2006
(ANSA) - TORINO, 17 APR - Ucciso a pugni in testa durante un gioco erotico: e' la brutale morte subita a Pasqua da un funzionario della Direzione provinciale dell'ufficio del lavoro di Torino, Calogero La Delfa, 61 anni, originario della provincia di Enna, trovato cadavere in un monolocale dell'elegante quartiere della Crocetta.

L'omicida sarebbe un giovane romeno. La polizia non lo conferma, ma l'uomo sarebbe stato fermato nel tardo pomeriggio dalla squadra mobile dopo una lunga giornata di interrogatori insieme ad altri quattro connazionali. Non e' ancora chiaro il movente della furia omicida, anche se non sembrerebbe riconducibile a un tentativo di rapina. L'assassino si e' pero' impossessato di un televisore piatto a lcd, ma nello stesso tempo ha lasciato in casa il portafoglio della vittima, con 150 euro, e il suo telefonino cellullare. Un terminale che e' stato molto utile alle indagini grazie alla ricostruzione delle ultime chiamate fatte e ricevute dal funzionario prima di morire.

La Delfa e' stato trovato ieri mattina intorno alle 10.30, completamente nudo, sul letto del piccolo appartamento in corso Govone: le mani erano dietro la schiena ed erano state legate, non in maniera molto stretta, con la sua camicia. Una immagine che ha fatto subito scattare nel dirigente della squadra mobile Sergio Molino e nel responsabile della Omicidi Marco Basile l'ipotesi che l'omicidio potesse essere scaturito durante un incontro di natura sessuale.

Calogero La Delfa, che viveva con un fratello ad Alpignano (Torino), era un uomo molto apprezzato sul lavoro, brillante e discreto, che pero' amava trascorrere momenti di intimita' con altri uomini. Cosi', con un amico, aveva preso in affitto l'elegante pied-a-terre, dove si appartava con persone conosciute occasionalmente nella zona della stazione di Porta Nuova, tra cui i giardini di piazza Carlo Felice e un bar di corso Vittorio Emanuele II, dove abitualmente si possono incontrare uomini disposti a incontri sessuali a pagamento, soprattutto di origine romena. A scoprire ieri mattina il cadavere e' stato proprio l'amico della vittima. La sera prima i due, piu' altri due amici, avevano cenato insieme in un ristorante e poi si erano divisi verso le 22.30. La Delfa si era fatto dare le chiavi del monolocale perche' doveva incontrasi con una persona.

Il caso di La Delfa ricorda quello di Oronzo Lovecchio ridotto in fin di vita, nell'agosto del 2004, a colpi di chiave inglese sulla testa, nella sua abitazione nel centro di Torino.

Per quell'episodio il Tribunale di Torino ha recentemente condannato a sette anni di carcere due romeni. Lovecchio ospitava spesso nel suo alloggio giovani immigrati dell'est, conosciuti nei giardini di piazza Carlo Felice, gli stessi frequentati da La Delfa. In cambio dell'ospitalita', aveva con loro rapporti sessuali.(ANSA).

da la Repubblica:

SE L'OMOFOBIA UCCIDE
Paolo Hutter commenta su Repubblica l'"omocidio" di Torino
martedì 18 aprile 2006

E' un tipico "omo-cidio", un delitto provocato in qualche modo dall'omofobia. Ma proprio per questo, per favore, non si dica che "si indaga negli ambienti gay" come mi è capitato di leggere nell'apprendere della morte del povero impiegato. Non è tra gli omosessuali che popolano i locali gay del fine settimana, non è nelle loro dinamiche di coppia o di avventura che va cercata la ragione di questo assassinio.

Ogni anno, purtroppo, assistiamo a qualche decina di casi come questo in Italia. La vittima è in genere un uomo di mezza età, comunque non giovane. Viene ucciso in casa propria. L'assassino o gli assassini sono assai più giovani, in casa sono stati invitati perché erano desiderabili e attraenti, ma anche perché in qualche modo ispiravano fiducia. Non sono gay, ma si presentano come disponibili. A volte non sono neanche del tutto sconosciuti. A far scattare la molla dell'omicidio non è quasi mai la rapina, anche se talvolta c'è anche quella. E non è un conflitto passionale, un attacco di gelosia (anche se talvolta c'è anche quella.)

L'omicidio non è premeditato. A provocarlo è un qualche magari minimo incidente o intoppo per cui il giovane improvvisamente si vergogna di ciò che sta facendo e scarica sull'altro il suo conflitto interiore. Se fosse "normalmente" omosessuale non gli succederebbe. Ma anche se fosse semplicemente un eterosessuale che ha deciso di prostituirsi non gli salirebbe un istinto omicida. E' il pregiudizio anti-omosessuale in cui è cresciuto, unito magari a un orientamento sessuale un po' confuso, e unito ovviamente a una condizione di sradicamento, a esplodergli dentro. Senza nessun motivo importante di conflitto diretto, ma solo per il fantasma lontano del peccato della colpa e dell'onore, un incontro di piacere e di denaro si trasforma in una tragedia.

Ancora da la Repubblica:

ALCOL, VERGOGNA, DENARO E VIOLENZA AFFARI E MISERIE DEI 'PUTTANI' DELL'EST
Disposti a tutto per diventare ricchi: "Quegli uomini mi fanno schifo, ma devo far soldi"
martedì 18 aprile 2006
Torino IL RETROSCENA

NICCOLO ZANCAN

I ragazzi romeni di piazza Carlo Felice fanno la vita ma la odiano, questa è la storia. Accettano compromessi superiori alle loro capacità di sopportazione. La parola chiave è repulsione: "Stare con gli uomini mi fa schifo - dice Florian - ma ho bisogno di soldi. Questo è l'unico modo che conosco per averli in fretta, tutto qui". Oppure Adrian come Adrian Mutu, il giocatore della Juventus, un nome d'arte che forse dice molto di lui: "Metto da parte quanto basta per stare bene, poi cambio città. Nessuno deve sapere quello che ho fatto". Bisogno e vanità. Vergogna, sensi di colpa. Un salto spericolato dal nulla di Timisoara, ed eccoli qua. Si comprano vestiti costosi, vogliono le marche, i simboli del benessere. In cambio si vendono, si odiano, si ubriacano e diventano feroci. Molti incontri in machina sfociano in rapine, aggressioni violentissime che spesso neanche vengono denunciate. Perché la vita dei ragazzi come Florian si incrocia con quelle di uomini come Calogero La Delfa, con altri silenzi, segreti, paure, altre solitudini. Ragazzi di vita e vittime ricattabili: quando l'equilibrio si rompe, arriva la polizia. C'é una scena che racconta molte cose. Era fine agosto 2004. In questura sfilavano propri i ragazzi di piazza Carlo Felice, sentiti come testimoni nelle indagini per il tentato omicidio di Oronzo Lo Vecchio. Sfilavano tutti vestiti identici, come se ci fosse una divisa. Oronzo Lo Vecchio era un pensionato tranquillo e ben voluto da tutti, viveva in un appartamento di ringhiera in via Madama Cristina 62. Ne parliamo al passato perché adesso quell'uomo non c'è più, anche se è ancora vivo. Ma non ricorda nulla, non riconosce i suoi amici, si muove appena e parla a fatica. Lo Vecchio aveva ospitato in casa sua due ragazzi conosciuti ai giardini della stazione di Porta Nuova. Adrian Lungeanu e Robert George Stan, 21 e 22 anni: dormivano da lui, facevano la spesa, gli bagnavano le piante. C'era una gigantografia di un tramonto tropicale sulla parete della sua camera da letto. E, vicino al tramonto, una cassaforte a muro. La notte del 24 agosto i due ragazzi lo avevano immobilizzato, e non era un gioco erotico. Volevano farsi dare le chiavi: botte, torture. Poi lo avevano colpito in testa con una chiave inglese. Ed è per questo che, nei giorni successivi al delitto, tutti i ragazzi di piazza Carlo Felice erano stati chiamati come testimoni in questura. Ed ecco la scena, di cui si può riferire il senso ma non riportare le parole esatte: "Commissario io sono un uomo come lei. Odio queste storie, non sono gay, mi fa schifo solo a pensarci. Infatti lo giuro: non sono mai stato passivo. Mai. Io faccio. E per riuscire a fare, devo bere, io devo pensare alla mia ragazza". Repulsione, alcol, violenza, ragazzi da marchette in cortocircuito con se stessi. "Sì - dice il capo della Mobile, Sergio Molino - molto spesso sono proprio queste le dinamiche all'origine delle aggressioni". Così sembra esserci un filo diretto fra la fine di Calogero La Delfa e l'oblio a cui è stato condannato Oronzo Lo Vecchio. Il 6 giugno 2005 Adrian Lungeanu e Robert George Stan sono stati condannati a sette anni di carcere per tentato omicidio. Altri ragazzi come loro si trovano adesso sotto gli alberi di piazza Carlo Felice, ad aspettare un cenno. Altri vanno a cercare clienti al cinema porno di via Sacchi. Oppure davanti al Caffè Leri nelle serate giuste. Altri ancora si vendono al Valentino. Tutti, immancabilmente, esibiscono il senso preciso del loro sacrificio: orologi, gioielli, telefonini ultracostosi, scarpe da 200 euro, abbronzature artificiali. E ancora chiedono regali, vogliono più soldi, fanno innamorare e poi ricattano. Oppure si salvano, se riescono a scappare da una vita che non sanno sopportare.
(Repubblica, La del 18/04/2006)

E infine da la Stampa

VATTIMO: GIORNALI SCORRETTI NELL'OMOCIDIO DI TORINO
La prostituzione maschile descritta come un inferno felliniano
venerdì 21 aprile 2006

di Gianni Vattimo

LE cronache sull'omicidio di corso Govone - il pensionato omosessuale ucciso dal suo amico occasionale, che sostiene, verosimilmente, di aver reagito a una richiesta "eccessiva", esorbitante dal servizio pattuito - minacciano di far ricadere certe pagine di giornale nel clima degli anni 60 (o anche più vicini), quando ogni fatto di cronaca nera accaduto tra omosessuali veniva indicato come manifestazione del "torbido ambiente", anche quando non vi erano implicati ladri o prostituti. I giornali potrebbero, rispetto a fatti come quelli della notte di Pasqua a Torino, darsi un codice di "correttezza" non politica ma civile, che non solo - come ormai sembra si sia imparato a fare - non demonizzi i protagonisti, ai quali anzi, siano vittime (come il signor La Delfa) siano carnefici (come il giovane rumeno), oggi si riserva sempre una certa pietà umana, ma rinunci anche a stigmatizzare, come ovviamente turpi e assolutamente inaccettabili, comportamenti che, seppure non maggioritari, appartengono però a cittadini come tutti gli altri?

Le descrizioni della prostituzione maschile che si sono lette in questi giorni la dipingono per lo più come qualcosa di particolarmente indecente, che si esercita in genere in luoghi anche materialmente orridi: cessi di cinema in sfascio, parchi di periferia privi di illuminazione, dove si aggirano personaggi da inferno felliniano che, alla fin fine, praticano o subiscono una violenza inumana. Il codice a cui penso - una regola di condotta anche solo implicita - dovrebbe presupporre alcune convenzioni - non necessariamente convinzioni di tutti, ma posizioni che si conviene di accettare per amore della pace e per rispetto del prossimo.

Per esempio, anzitutto, che la prostituzione è sempre un fatto di sfruttamento economico (un marxista direbbe un affare di classe); che chi la esercita per lo più non ha altra scelta, anche se non si deve escludere che qualcuno la preferisca a lavori più faticosi, umilianti, e meno pagati; che, data la constatata inestirpabilità del fenomeno, le leggi dovrebbero regolarlo in maniera umana (anche San Tommaso sarebbe d'accordo): per esempio permettendo a prostitute e prostituti di organizzarsi in cooperative, autorizzate ad affittare appartamenti acconci, e punendo severamente il lenocinio e lo sfruttamento. Soprattutto, riconoscendo che la prostituzione maschile non è diversa in nulla, in termini di etica o di leggi, da quella femminile.

A questo proposito, non posso dimenticare quanto spesso intellettuali noti, scrittori, artisti, hanno rievocato pubblicamente, e in genere con nostalgia, l'atmosfera dei bordelli per eterosessuali che esistevano prima della legge Merlin. Quando sarà possibile che un omosessuale faccia rievocazioni simili? Per ora, dobbiamo accontentarci delle notizie, sempre imprecise o oscure, sulle frequentazioni di Proust nella Parigi di inizio '900. Credo che soprattutto le femministe dovrebbero arrabbiarsi per questo, ed esigere per esempio che chiunque parli di riaprire le famose "case" espliciti sempre che si tratterebbe anche di case "di uomini" - per altri uomini o per donne, perché no?

Anche tutto il romanticismo nero che si fa ancora oggi sulla prostituzione maschile, dove il rumeno che ti ammazza prima o poi lo incontrano tutti, è una manifestazione del maschilismo diffuso nella nostra cultura; per cui la prostituzione femminile è normale, anzi è un'appendice utile allo svolgimento di una sana vita familiare, assicura che la donna sia rispettata, purché sia madre o moglie o sorella. Certo, la mala pianta da cui nasce tutto questo è difficile da estirpare. Un cinquantenne che si innamora di una ventenne può sempre corteggiarla, fidanzarcisi, sposarla, ammesso che lo voglia. Ma il pensionato di corso Govone poteva forse fidanzarsi, sposarsi, almeno "pacsarsi" con il suo sciagurato amico rumeno? Chiesa e Stato d'accordo gli hanno solo lasciato la possibilità di andarsi a cercare per strada il proprio assassino, del resto, in fondo, un disgraziato come lui.

Dopo l'uccisione di Pasolini, dopo la diffusione dell'Aids, molte cose sono certo cambiate nel modo collettivo di considerare l'omosessualità. Ma siamo ancora sempre al fatto che si tratta di un vizio "contro natura" (e addirittura il catechismo cattolico del passato parlava di un peccato contro lo Spirito Santo). Il giovane rumeno che ha ammazzato di botte il signor La Delfa si difenderà sicuramente, e in perfetta buona fede, sostenendo che, davanti alle richieste "eccessive" del povero cliente, la sua reazione di eterosessuale costretto a prostituirsi è stata più che naturale. Il suo delitto è stato, in fondo, un "delitto d'onore", che il nostro codice ha cancellato nemmeno cinquant'anni fa, ma che, almeno in casi come questo, non sembra affatto dimenticato.

2 commenti:

  1. interessante questa testimonianza, interessante, e penso che sia anche giusto la diffusione attraverso questi mezzi!"
    Alla prossima!
    In gamba!
    Inopera!

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  2. Ti ringrazio della visita! Quando vuoi sei il benvenuto sul nostro blog.
    ciao.

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